Come si racconta un’attività di 100 anni?

Avevo un sogno e l’ho realizzato: compiere 100 anni di attività. Ma come si racconta un’attività di 100 anni?

Vivo nell’area più produttiva d’Italia, il Veneto, fatto di piccole medie imprese, di padri che tramandano ai figli un mestiere. Una regione dove impera il capitalismo delle emozioni e dei sentimenti. Dove abito si respirano anche tanti valori, ma non è scontato mantenere inalterata una tradizione fino a compiere 100 anni di storia.

La nostra famiglia ce l’ha fatta: quest’anno, la famiglia Foscarini, spegne 100 candeline di attività commerciale in Thiene.

E’ un traguardo che volevo condividere perché trattenere tutta questa gioia mi avrebbe fatto male. Sentivo che dovevo farla uscire in qualche modo e ho pensato che il successo raggiunto dalla mia famiglia non era solo mio. I miei compaesani, i collaboratori e gli amici, che negli anni hanno stretto rapporti con i componenti della famiglia, potevano festeggiare assieme a noi.

Ci ho pensato davvero tanto prima di capire come onorare mio bisnonno, il nonno, il papà e la mia generazione per tutto quello che hanno fatto, ma avevo un piccolo problema: nel 1921 non c’erano cellulari e internet che potessero documentare gli inizi.

Così ho raccolto più materiale cartaceo possibile. Ho trascritto gli aneddoti e le frasi che sentivo ripetere in casa, ricordato le sensazioni provate da piccola e pensato a come rendere immortale, per i posteri, questo traguardo.

Quando mio bisnonno Francesco mandò suo figlio Giovanni a Torino per imparare a fare l’orologiaio, il fatto che fosse mosso dal desiderio di offrirgli un’opportunità di vita diversa dalla sua, mi fu raccontato dal nonno, in una delle tante serate in cui lo bombardavo di domande.

Nel 1921 il nonno tornò a Thiene e aprì la sua bottega.

Il tempo passa e rispetto ai primi anni del Novecento, la vita era migliorata.  

“Se potessi avere mille lire al mese” ricordi questa canzone?

Ho sempre pensato fosse un sogno prendere tanti soldi così, invece al tempo un operaio arrivava a prendere 500 lire mensili e un impiegato poteva guadagnarne 850. Insomma i 1000£ al mese non erano un traguardo poi così impossibile. Ma quella canzone mi ha sempre fatto pensare.

Fare l’orologiaio era un bel mestiere, diventavi un punto di riferimento del paese, come il lattaio e il calzolaio. Sono stati proprio gli artigiani a rendere produttivo il Nord-Est, lo dobbiamo a loro il nostro benessere.  

Sicuramente negli anni 50 del secolo scorso non c’erano strategie politiche o di mercato, ancor meno tecnologie o pubblicità indovinate che facevano vendere di più. Per guadagnare 1000£ al mese dovevi aprir bottega ogni giorno mosso da tanta passione.

E’ una strana forza la passione, è quella che ti spinge a trasmetterla, intrisa di comandamenti e virtù e tu la impari quando la respiri ogni giorno in famiglia.

Mio nonno era un orologiaio, un mestiere votato all’artigianato, fatto di tecnicismo e precisione, ma anche di un lato artistico molto sviluppato.

Nonno Giovanni

Come si racconta un’attività di 100 anni, cosa ha provato, agli inizi, mio papà?

Ho cercato di camminare con le sue scarpe e credo di aver compreso.

Qual è la più grande soddisfazione di un orologiaio?

Riportare all’antico splendore un pezzo storico. Risentire il ticchettio di una pendola che si è fermata. Ridare una seconda vita agli oggetti preziosi per una famiglia.

Il sorriso sulla bocca, la soddisfazione personale, la gioia di portare a termine una commessa, so cosa si prova. Succede così anche a me. Quando trovo l’occhiale giusto per una cliente e vedo il suo sorriso sulle labbra. Quando ritorna perché è felice della scelta che ha fatto. Deve essere la stessa felicità che provava mio papà e prima di lui, il nonno.

Papà Gabriele

Le particelle del Dna creativo del nonno sono rimaste sospese nell’aria, mio papà e io le abbiamo respirate.

Quel senso di concretezza, di solidità famigliare, tutti valori che hanno caratterizzato loro, mi sono entrati nella pelle, nelle vene, nel sangue. Non avrò fatto l’orologiaia, ma ho acquisito le virtù intrinseche: la fiducia, la creatività e il dialogo con le persone.

Ricordo quando uscivo dall’asilo a 5 anni e mi rifugiavo nella bottega di nonno Giovanni. Guardavo il nonno chino sui meccanismi, nascosto da una lente scura calata su un occhio, quasi fosse un personaggio uscito da un libro di storie fantastiche. Mi sentivo inebriata dal profumo degli olii con cui accarezzava i meccanismi.

In bottega passavo i miei pomeriggi, giocando con vetri e lancette, caricando gli orologi a molla. Ricordo con emozione, i picchietti degli attrezzi sui meccanismi degli orologi. L’andirivieni delle persone che affidavano i loro oggetti più cari alle sue mani esperte. Tutta questa atmosfera mi avvolgeva in un caldo abbraccio, facendomi sentire in piena sintonia con tutto l’ambiente”

Il mio ricordo è così vivo che scriverlo mi emoziona. E siccome l’emozione è contagiosa mi piace condividerla con te.

Decidere di aprire un’ottica al posto di fare il mestiere di orologiaia sembra un “tradimento”, a prima vista. Eppure i due mestieri hanno tantissimo in comune.

Adoro pensare che gli uomini della mia famiglia siano lì, ad osservare le mie mosse, a sentire il battito del mio cuore che somiglia tanto al ticchettio dei loro orologi. Forse sono i valori che fanno da collante nelle generazioni.

Mi sono messa in gioco per far correre il testimone che mi è stato dato, intriso di sogni e di valori.

Senza l’energia trasmessa, la passione per le cose belle, l’arte del saper creare e soprattutto la forza di non mollare mai, l’eredità acquisita non avrebbe lo stesso valore.

La metamorfosi dell’orologiaio è per me la collezione di occhiali che ho disegnato per onorare i miei Maestri putativi.

La firma è di nonno Giovanni

La fiaccola della tradizione passa così da una generazione all’altra arricchendosi di aneddoti, di fatti e di scelte.

A volte mi capita di non essere ispirata, oppure giunge l’ispirazione e non la riconosco. In quel momento qualcuno mi sussurra nell’orecchio qualcosa, che solo io posso capire.

La storia di un’azienda di cento anni è fatta di persone, altrimenti non potrebbe esistere.

Quando racconterai la tua, fa che le persone siano al centro. Saranno loro a condurti fino alla fine con i sentimenti, le emozioni e le paroline che ti avranno sussurrato all’orecchio e che, solo tu, potrai capire.

Buona fortuna

Arianna Foscarini

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